Visualizzazione post con etichetta POLITICA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta POLITICA. Mostra tutti i post

sabato 11 febbraio 2012

PAZIENTI TROPPO 'LUNGODEGENTI' NEL POLICLINICO MILITARE DI ANZIO


Un vero e proprio paradiso terrestre. Il Dipartimento di Lungodegenza di Anzio è, senza dubbio, un piccolo eldorado. Lo sguardo del visitatore incontra inizialmente la casa del comandante, rimessa a nuovo, e la Chiesa con i suoi muri rosso porpora e quei 14 ettari di verde sui quali spuntano pini e palme. Uno scenario straordinario. Ma l'incantesimo sembra destinato a durare poco. Troppo poco. Basta girare l'angolo, infatti, e il Dipartimento mostra il suo vero aspetto. La struttura dove sono ospitati i degenti è fatiscente.
Il Dipartmento del Policlinico militare di Roma, "ha una configurazione funzionale particolare". Nello specifico, l'Ospedale è un organo dell'Organizzazione Sanitaria Militare e tra le sue mansioni figurano "trattamenti terapeutici e riabilitativi di lunga durata" del personale militare, con una particolare attenzioni alle malattie legate all'età. Assistenza ospedaliera protratta, dunque. Per l'esattezza sessanta giorni. Questa la durata massima di un ricovero all'interno della clinica. Un particolare che però sembra essere sfuggito ai pazienti dipendenti del ministero della Difesa e delle Forze Armate, che "abitano" la struttura da circa 20 anni. Gli infermi del Dipartimento sono una trentina. Tutti lautamente remunerati con pensioni di tutto rispetto. Anche se la degenza ospedaliera è interamente a carico della collettività. Ai cittadini italiani un paziente del Policlinico costa più di 300 euro al giorno.
Ma chi si occupa della cura dei trenta pazienti ospitati dalla clinica? Circa dieci persone, di cui quattro-cinque sono infermieri. In una totale assenza di turni notturni che invece vengono effettuati dalle badanti. Ogni anziano, infatti, ingaggia, a proprie spese, una badante, che svolge le mansioni del personale, come dare le medicine e fare le pulizie. Accanto a infermieri e badanti, la struttura vanta, poi due psicologi e uno psichiatra. Ma nessun geriatra.
Cosa c'è sotto? Letteralmente la villa di Nerone, una struttura di grandissimo valore storico e artistico, proprio sotto il padiglione dei degenti. Ma non solo. Anni fa, infatti, alcuni scavi archeologici hanno riportato alla luce alcune rovine romane "misteriosamente" sparite poco dopo. E le frequenti pressioni da parte di privati e università di ristrutturare il dipartimento per farne anche un'importante centro di interesse culturale, hanno sempre ricevuto risposte negative. Il motivo? E' probabile che si miri a far calare il valore di mercato della struttura, così da consentire a "qualcuno" di fare l'affare della sua vita. Tante le ipotesi e poche le certezze. Così per il momento i più curiosi sono devono accontentarsi del responso dell'ispezione della sicurezza: nella clinica è tutto in ordine.
fonte: www.ilfattoquotidiano.it

giovedì 9 febbraio 2012

Negozi aperti tutto l'anno 24 ore su 24: ora si può!

Anno nuovo, decreto nuovo. All’alba del 2012, il Governo Monti ha varato il cosiddetto provvedimento “Salva Italia” che oltre a liberalizzare taxi e farmacie, ha suscitato non poche polemiche anche tra i commercianti. Uno dei punti della manovra riguarda, infatti, la liberalizzazione degli orari di tutti gli esercizi commerciali: non solo negozi ma anche bar, ristoranti, locali, grandi magazzini e supermercati potranno decidere quando alzare e abbassare le serrande. In altre parole a partire dal 2 gennaio i negozi possono rimanere aperti 365 giorni l’anno, notte compresa, senza badare a domeniche e festività e con la possibilità di decidere in merito alla chiusura per mezza giornata. In una totale assenza di regole. Inoltre, la legge concede, a ciascun Comune, 90 giorni di tempo dalla messa in atto del decreto, per decidere se e come applicare il nuovo provvedimento.
Liberalizzazione selvaggia del settore, dunque. Non ci stanno Confesercenti e Confcommercio che hanno urlato il loro dissenso. A Parma la battaglia portata avanti dalle associazioni dei consumatori contro le liberalizzazioni selvagge, è particolarmente radicata e ha come obiettivo precipuo quello di stimolare l’intervento del Presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani, affinché dimostri al governo l’illegittimità del decreto.
Ma perché il nuovo provvedimento non piace alle associazioni dei consumatori e, a quanto pare, neppure ai titolari dei piccoli negozi del centro di Parma?
Per effetto delle liberalizzazioni si perderanno migliaia di posti di lavoro. Flessibilità non significa sviluppo. Il provvedimento, e nello specifico l’apertura domenicale, finirà per danneggiare i piccoli esercizi commerciali che, uno dopo l’altro, verranno inghiottiti dalle grandi catene di distribuzione che attualmente detengono il 70% del mercato. In particolare si favoriranno, non tanto i marchi commerciali italiani, che già sono radicati sul territorio, quanto piuttosto quelli stranieri che avranno così un motivo in più per insediarsi in modo massiccio anche nel nostro Paese, magari acquistando qualche gruppo.
Inoltre, prolungare gli orari di apertura comporterebbe un aumento dei costi di gestione dell’azienda insieme ad un incremento delle spese relative ai dipendenti. Questa situazione sarà sostenibile soltanto per le grandi imprese.
Il provvedimento studiato per stimolare un incremento del Pil, crea, al contrario, forti squilibri. A questo punto è d’obbligo una domanda: “In una situazione di recessione, come quella italiana, l’effettiva apertura del negozio 7 giorni su 7 può davvero aumentare il potere d’acquisto del consumatore visto che il volume delle vendite dipende innanzitutto dal potere d'acquisto, in questo momento bassissimo? Lo abbiamo chiesto ai commercianti e agli acquirenti parmigiani. Scettici i primi, più ottimisti i secondi. I titolari dei piccoli esercizi commerciali, salva qualche eccezione, in questo momento nutrono profonde perplessità e, in più, annunciano battaglia sulla questione del “saldi fai da te”, sollevata qualche giorno fa da Federmoda Parma. Tra i provvedimenti di liberalizzazione rientra, infatti, anche una totale liberalizzazione dei saldi di fine stagione. "La politica del “sempre in sconto” potrebbe danneggiare in primis il consumatore (la qualità dei prodotti offerti, la trasparenza del mercato, la reale convenienza delle offerte) e poi le piccole imprese" dal momento che il grande distributore attrae i clienti scontando alcuni prodotti ma alla fine recupera i prezzi scontati inducendo all'acquisto di altra merce. Una prospettiva quella dei commercianti che non sembra turbare i consumatori. Ma solo quelli più giovani. Acquisti notturni, capatine nei centri commerciali a tutte le ore, shopping domenicale sono tra i passatempi preferiti dalle nuove generazioni per trascorrere il tempo libero.
Ma proviamo a metterci dalla parte dei lavoratori. L’obiezione più diffusa riguarda la qualità del lavoro e della vita dei dipendenti. Che cosa cambia per loro? Il rischio di schiavizzare una categoria è molto alto. Inoltre i lavoratori sottolinenano l’obbligo per il Comune di garantire chi decide di lavorare di domenica o nei giorni festivi, quei servizi che sono assicurati durante la settimana. Il numero delle corse del trasporto urbano sarà lo stesso dei giorni feriali? E la sicurezza per i dipendenti che rimarranno nei negozi fino a tarda ora sarà assicurata? Quanti agenti saranno in servizio? Le madri lavoratrici potranno contare sull'apertura degli asili nido nei giorni festivi?. E, infine, verranno sperimentate nuove forme di contratto, come le assunzioni a termine e part-time e le forme più variegate di contratti senza nessuna stabilità lavorativa? Ai posteri l’ardua sentenza.

domenica 5 settembre 2010

"AFFAMATI DI CULTURA E DI DIGNITA'"


Manca poco. La scuola italiana riapre i battenti. Peccato però che le procedure di assegnazione delle cattedre sono in ritardo, e 35 mila persone quest'anno non avranno un incarico, tra docenti e prsonale tecnico-amministrativo. Sono i precari della scuola. Quelli che i tagli fatti dal Ministro dell'Istruzione Gelmini e dal Ministro dell' Economia Giulio Tremonti con la legge 133 hanno lasciato in mezzo alla strada. La disperazione è tanta. E la forza pure. I precari della scuola non mollano. Da Pordenone a Benevento. Da Roma a Palermo. Sono centinaia i lavoratori che reclamano il diritto al lavoro. E lo fanno rinunciando al cibo e alla salute.



domenica 29 agosto 2010

E' NATO UN LAVORO. E' NATO NERO.


"Robe come la 626 sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l'Unione europea e l'Italia che si devono adeguare al mondo". Parola di Giluio Tremonti. Martedì scorso in occasione del meeting leghista organizzato a Bergamo il ministro dell'economia ha dichiarato di voler guidare l'Italia fuori dalla crisi. Come? Cancellando la legge sulla sicurezza sul posto di lavoro. Ora, non per essere pignoli, ma la 626 non è stata superata dal decreto legislativo 81/2008 recante il nuovo Testo unico? Pare proprio di sì. Ma questo il professore non lo sa. Oppure fa finta di non saperlo. Infatti come ha dichiarato l'Onorevole Damiano, ministro del lavoro del governo Prodi, in un'intervista a il Fatto Qutidiano, "certamente non si tratta di una gaffe: c'è un progetto politico finalizzato a ridurre il ruolo dello Stato nella tutela del diritto alla salute delle persone che vivono del loro lavoro".
Il progetto c'è. E partirà dopo l'estate. L'obiettivo? Eliminare lo Statuto dei lavoratori, approvato con la legge 300 del 1970. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ci sta lavorando. Da tempo ormai. Per la precisione dal 30 luglio scorso, quando il governo del "fare" gli ha affidato la delega per presentare un nuovo Statuto dei lavoratori. Quello in voga è troppo obsoleto, per di più problematico. Basti pensare all'articolo 18 che vieta il licenziamento senza una giusta causa. Articoli come questi sono "vincoli che hanno intrappolato il Paese nella scarsa crescita", ha dichiarato lo stesso Sacconi che sulla questione dimissioni ha le idee chiare.

Il nuovo Statuto infatti prevede una contrattazione fondata non più sul rapporto tra imprese e sindacato ma tra azienda e individui, laddove quest'ultimi sono subordinati ad una condizione di minorità rispetto alle imprese e quindi più esposti al pericolo dei licenziamenti facili. Inoltre manca in assoluto un progetto di riforma degli ammmortizzatori sociali. niente di nuovo. In materia di "licenziamenti bianchi" il governo Berlusconi aveva già dato i suoi frutti, quando nel 2008 aveva introdotto le lettere di dimissioni pre compilate che il datore di lavoro poteva agitare come uno spauracchio contri i lavoratori inermi.

Ma il pallino fisso del Ministro è la flessiblità. Nel progetto del governo c'è infatti il tentativo di rendere il lavoratore più "autonomo", più "libero" di decidere quanto lavorare e, quindi, qunto guadagnare. In altre parole un lavoratore con cui l'impresa possa contrattare direttamente offrendogli un impiego flessibile che tradotto nel linguaggio degli operai significa lavoro precario. E in che modo Sacconi vuole coronare il suo sogno? Semplice. Alleggerendo il contratto nazionale che per di più diventa derogabile e defiscalizzando straordinari e premi di produttività . Solo così e possilblie offrire così ai lavoratori più soldi e tenerli allo stesso tempo appesi ad un filo. Senza certezze. Senza risposte. Senza futuro. Tanto la produttivià aumenta.

LETTERA DI UN FIGLIO DI OPERAIO


Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera. Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera. Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica. L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo. L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie. L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università. L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro. L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze. Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro. Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su “ La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof . Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di Martedì 27 luglio 2010). Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria. Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis.
Odorava di dignità.

Luca Mazzucco

giovedì 29 luglio 2010

PICCOLE SODDISFAZIONI...

E' il 25 maggio del 2010. L'orologio ha le lancette puntate sulle 23.00. E' ora. Non posso perdere anche oggi il consueto appuntamento con "Parla con me", il salotto di Serena Dandini. Chi sarà l'ospite della puntata? Ebbene il divanetto rosso questa sera potrà compiacersi della presenza del fondatore di Repubblica. Signori e signore, Eugenio Scalfari. Sono trascorsi 15 min. L'intervista è molto interessante ed io sto ascoltandola con piacere. Ma all'improvviso una frase. Voglio ascoltre di nuovo. Ma non posso. Dopotutto la tv non è la rete. Non mi perdo d'animo. Cercerò l'intervista sul web e la posterò sul mio blog. In verità ho dovuto aspettare un pò ma alla fine ce l'ho fatta. Il video è su you tube. Ha inizio la ricerca. Devo assolutamente trovare quella frase. Ecco ci sono. Eh si, il mio udito non mi aveva ingannato: il fondatore di Repubblica in due parole aveva involontariamente catturato il senso del mio blog. Io vi ripropongo quell'intervista. Si tratta della seconda parte e ovviamente protagonista indiscusso della "pellicola" è sempre lui, Eugenio Scalfari. Il giornalista tratta diversi temi di stampo politico-sociale. Ma a catturare la mia attenzione è la parte in cui il giornalista mette in luce la quantità di bugie che il governo di Silvio Berlusconi racconta ogni giorno agli italiani che loro malgrado risultano continuamente catapultati in una una realtà che non c'è, falsa e artefatta. Nel corso degli anni gli uomini del premier hanno infatti costruito ad una grande bolla, proprio come quella che ha dato il titolo all'ultimo libro di Curzio Maltese. Ma senza perdermi in chiacchiere vado al dunque: vi seggerrisco di bloccare il cursore a 5 min e 54.

Il fondatore di Repubblica a "Parla con me" , in qualche modo, parla di me...o meglio del mio blog!

mercoledì 28 luglio 2010




"La maggioranza di noi sente che non possiamo essere liberi senza giornali, ed è per questo che noi vogliamo la libertà di stampa"

sabato 24 luglio 2010

UN NOBEL CONTRO IL BAVAGLIO

BLOG, ADDIO!


Gli italiani dovranno fare a meno dell'informazione in rete. A partire da ieri la libertà di parola nel nostro paese è alla frutta. Sono trascorse poco più di 24 ore dalla conclusione della modifica agli emendamenti apportata da Giulia Bongiorno al ddl intercettazioni. Nella triplice veste di consigliere giuridico di Fini, di presidente della Commissione Guistizia alla Camera e di relatrice del provvedimento, l'esponente finiana ha subito incassato il sì dell'opposizione. La proposta di modifica infatti ha ottenuto l'approvazione del Pd e dell'Udc. Ha votato contro solo l'Italia dei Valori. Ma invano. Lo sforzo di Antonio Di Pietro è risulato inutile dal momento che il tanto discusso ddl, dopo la revisione da parte delle commissioni competenti, il 29 luglio dovrebbe approdare in aula per la discussione generale. Eppure nonostante le modifice la nuova "legge bavaglio" così com'è agli italiani proprio non piace. Gettare polvere negli occhi. Questo l'obbiettivo del nuovo emendamento. Dietro le apparenti novità introdotte nel ddl si cela infatti il tentativo di ingannare l'opinione pubblica in modo subdolo e meschino.

Tra le modifiche sostanziali figura l'introduzione dell'udienza filtro. Si tratta dello strumento volto a valutare caso per caso cio' che e' rilevante e veramente finalizzato alla conduzione dell'inchiesta da cio' che non lo e', con la conseguenza di rendere pubblicabili le intercettazioni che superano appunto l'udienza filtro.
In merito il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha speso qualche parola: "La nostra linearità è fuori da ogni polemica. Il punto su cui loro hanno fatto una mossa indietro, e cioè l'udienza filtro, era una nostra proposta. Rimangono però problemi rilevanti sul punto delle indagini, parte in cui ci sono nel testo ancora inciampi. Se non si risolve questo punto il nostro atteggiamento rimane duramente negativo".
Il botta e risposta è arrivato dal leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro che ha così difeso la scelta di aver votato contro. "Non sono d'accordo con il resto dell'opposizione che ha votato a favore perché si tratta di un atto di resa inopportuno". Non accetto, prosegue, la scelta del 'meno peggio'. Morire con un colpo di pistola piuttosto che con una dose di cianuro per me è assolutamente identico. Di fatto", conclude il leader dell'Idv, il provvedimento "resta quello che è": un testo "per noi completamente sbagliato". E di sbagliato nel nuovo emendamento non c'è soltanto l'udienza filtro. I cambiamenti, infatti, sono tanti. Vediamone alcuni.

Lo hanno chiamato Comma D'addario ed è l'emendamento che riduce da quattro a tre anni la pena massima per le registrazioni nascoste e quindi considerate fraudolente. Un divieto sorto sull'onda del caso D'Addario ma applicabile anche ai giornalisti per le modalità della registrazione che, ad esempio, è anche quella delle trasmissioni basate sulla 'candid camera'.

E la norma Falcone dove la mettiamo? Ebbene i fautori del nuovo ddl hanno pensato bene di cestinarla. Il provvedimento che garantiva anche per le organizzazioni criminali non mafiose le stesse procedure di indagine agevolate previste per le associazioni mafiose, è diventato carta straccia. Semplicemente non esiste più.

Introdotto anche il concetto di privata dimora sotto il quale vengono etichettate le conversazioni in macchina e in ufficio considerati da questo momento in poi luoghi inviolabili e quindi non più oggetto di indagine.
Eppure il nuovo emendamento all'Udc piace molto. E' di oggi la dichiarazione del deputato Roberto Rao: "Gli emendamenti dell'Udc, in particolare, sono riusciti ad allentare il bavaglio, garantendo maggiore libertà di stampa, e ad eliminare i privilegi per i parlamentari, che ora saranno intercettabili al pari degli altri cittadini".

Ma in tutto questo tram tram a lasciarci le penne sono soprattutto i blog. Il nuovo emendamento, infatti, ha lasciato sostanzialmente inalterata la norma che obbliga anche i blog a pubblicare le rettifiche entro 48 ore dalla richiesta. "Per i siti informatici compresi i giornali e i periodici diffusi per via telematica le rettifiche sono pubblicate entro 48 ore dalla richiesta con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono". A questo proposito la posizione del Pd è risulatato più critica anche se alquanto discutibile. Michele Meta, deputato del principale partito dell'opposizione e Capogruppo in commissione Telecomunicazioni ha invitato il governo e la maggioranza a correggere quella che "rischia di determinare un freno insopportabile alla libertà di espressione e alla creatività di migliaia di blogger. Vista l'immediata e gratuita fruibilità di internet, i blog fanno del web una 'piazza virtuale' aperta, di confronto e arricchimento collettivo, sfidando spesso i grandi media pieni di risorse, sulla qualità e obiettività dell'informazione".

La rete è oggi uno degli strumenti più democratici che esista. Un blog consente di fare informazione e oscurare quelli "non allineati" significa violare ciò che in molti paesi si appresta a diventare uno dei diritti fondamentali dell'uomo: l'accesso alla rete. Ma il mondo del web non si ferma. E' già approdato nelle mani del Presidente della Camera, Gianfranco Fini e in quelle della Commissione Giustizia di Montecitorio, perché venga eliminato dal ddl l'articolo che obbliga i blog alla rettifica.


Entusiasmo e voglia di informare sono due delle principali qualità di un bravo blogger. Il suo obbiettivo? Smuovere le coscienze, formare menti pensati, diffondere la verità. Tutti buoni propositi che il governo italiano, però, pensa di mettere a tacere agitando come uno spauracchio sull'opinione pubblica una sanzione fino a 12.500 euro. Questo il prezzo che un blogger dovrà pagare nel caso in cui decida di diffondere la propria opinione. Giudicate voi se questa è una democrazia.

(fonte: www.repubblica.it)

venerdì 16 luglio 2010

HAITI. MESSI VISITA L'ISOLA CHE NON C'E'


Lionel Messi ha visitato a sorpesa Haiti. L'attaccante argentino è arrivato oggi a Port-au-Prince nella veste di ambasciatore dell'Unicef. La star del mondiale sudafricano stamattina è stato ricevuto dai caschi blu argentini mentre nel corso della giornata visiterà i punti più colpiti dal terremoto e porterà un messaggio di solidarietà ai bambini.



MA COME VIVONO GLI HAITIANI A SEI MESI DAL SISMA?

Le luci si sono spente da un pezzo. Cameramen e giornalisti hanno abbandonato le loro postazioni. Sono trascorsi sei mesi e il mondo sembra aver già dimenticato la tragedia che il 12 gennaio scorso ha colpito una delle isole più povere dell'Atlantico, Haiti. Giorni, settimane, mesi si susseguono lentamente. Ma la situazione non cambia, anzi peggiora. Ce lo dice l'Unicef che qualche giorno fa ha diffuso alcuni dati a dir poco raccapricianti. Su un numero di 3.000.000 di persone colpite dal terremoto, più della metà sono glo sfollati. Si calcola invece che 220 mila siano stati i morti e 300.000 i feriti. Per non parlare di quelli feriti sotto le macerie e mai ritrovati. E' una storia che ha dell'incredibile. E la verità non può che essere una sola: si poteva fare di più. Ma non si è fatto nulla. O meglio non si è fatto abbastanza. Come ha spiegato Stefano Zannini, capo missione ad Haiti di Medici senza Frontiere, "il 60% delle abitazioni è distrutto, il sistema scolastico non funziona, la piccola economia stenta a ripartire. Uomini, vecchi, donne, bambini, molti zoppi, mutilati, inseguiti ancora dagli incubi di quei giorni, sono presi dalla depressione perchè non c'è più futuro". Questa è Haiti sei mesi dopo.
Da qualche giorno ha anche ripreso a piovere. Pioggia, vento ed uragani non faranno altro che peggiorare la situazione di un paese dove il fenomeno della violenza ha raggiunto i picchi più alti. Sono circa 300 i detenuti che evasi dal carcere durante il terremoto e che ora si aggirano indisturbati per le strade di Port-au-Prince, viuzze strette ricoperte di macerie dove ogno giorno si consumano omicidi, violenze, sparatorie.

Ma a pagare il prezzo più alto sono soprattutto i bambini, quelli che in poche parole rappresentano il futuro di Haiti, un paese che per il momento un futuro sembra non averlo. 800.000 bambini vagano tra i campi spontanei di Port-au-Prince, 275.000 sono vaccinati contro le principali malattie, 500.000 sono a rischio e quindi necessitano di protezione. Ma non è tutto.
Gran parte dei bambini di Haiti sono orfani mentre molti hanno dei parenti sopravvissuti al terremoto che però non sanno dove trovare. I bambini di Haiti oggi non hanno accesso alle strutture saniatarie e scolastiche. Molti invece vengono impiegati nei campi e costretti a fare i lavori più duri. I bambini di Haiti oggi sono esposti a violenze fisiche e sessuali. Molti invece diventano merce di scambio per i traffici di organi e adozioni illegali. I bambini di Haiti oggi sono a rischio. In un paese dove c'è una latrina ogni 145 abitanti, solo 62.800 bambini sono seguiti e protetti. Degli altri nessuno si cura. Basti pensare che degli 11 miliardi offerti dalla Comunità Internazionale durante i primi mesi del disastro, non si è visto nulla. A confermarlo è lo stesso Zannini. Questo è quanto.
(fonte: www.repubblica.it ; La Repubblica)

HAITI VISTA ATTRAVERSO GLI OCCHI DEI BAMBINI

sabato 26 giugno 2010

TUTTA LA VERITA' SULLA GUERRA IN IRAQ


E tutti sappiamo che Giuliana Sgrena è tornata viva solo perchè, al suo posto è morto Nicola Calipari. Con queste parole Furio Colombo denunciava nel 2007 la caccia ai giornalisti messa in atto dagli Stati Uniti durante la terribile guerra irachena. L'ex direttore dell'Unità nel suo libro "Post-giornalismo" relativo alla fine di uno dei mestieri più affascinanti del mondo racconta come le due guerre più gravi che hanno insanguinato il mondo dopo il Vietnam, e cioè Iraq e Afghanistan, siano state e siano tuttora le giornalisticamente più ignote, le più misteriose, le meno narrate, nonostante la permanenza, la vita e la morte di tanti giornalisti.

FALLUJA. LA STRAGE NASCOSTA. Proprio con uno spaccato della guerra vietnamite (1960-1975) ha inizio il cruento documentario che vi propongo qui di seguito. Solo 20 minuti. Poco meno di mezz'ora, quindi. Questo il tempo di durata del documentario di Sigfrido Ranucci. Ma non è la durata ciò che conta. Sono piuttoso le immagini, le terribili rivelazioni a lasciare il segno. Rimanere indifferenti non è consentito. Indignazione e rabbia, questi gli stati d'animo che si susseguono nello spettatore. Uno stupore che altro non è che la logica reazione ad un regime di censura che per anni ha tenuto l'opinione pubblica lontano da questi fatti. Un'opinione pubblica che forse non voleva vedere. Un'opinione pubblica che così come era piaceva al governo americano di Geroge W. Bush. Una libertà mascherata da democrazia. Questo sono gli Stati Uniti d'America.

GUERRA IN IRAQ.INIZIO. L'epoca che stiamo vivendo è quella delle cosidette “guerre democratiche” in cui sempre più spesso i paesi “portatori di democrazia” fanno ricorso alla violenza e allo strumento bellico per assicurarsi il dominio economico e politico del resto del mondo. Trovare un "casus belli" è in questi casi quantomeno necessario. E negli Stati Uniti il ponte di comando “ha utilizzato gli attentati dell’11 settembre esattamente come Hitler aveva utilizzato l’incendio del Reichstang”.
Settembre 2002. George W. Bush presenta un nuovo documento, “The National Security Strategy of the United States” preparando la Nazione ad una nuova fase della storia americana. Marzo 2003. Comincia la guerra all’Iraq. Giulietto Chiesa, nel suo libro "La Guerra Infinita". aveva sottolineato come l’attacco fosse già stato pianificato dagli uomini che stavano dietro ogni passo di Bush, i cosiddetti neoconservatori e che la stampa ha da sempre definito “neocons”. Essi provengono dalle elitè accademica, costituiscono un ceto di intellettuali e sentono fortemente la vocazione per la politica e gli affari. Sono i neocons infatti i promotori della guerra in Iraq in quanto convinti dell’idea di esportare la democrazia con le armi. E per far questo essi coniugano l’espressione “guerra al terrorismo”. Che cosa sia il terrorismo è difficile dirlo ma nel caso specifico esso diventa semplicemente funzionale al disegno di dominazione americana del mondo e di costruzione di una società pacificata scevra di ogni forma di violenza premeditata e politicamente motivata. Una guerra necessaria, quindi, contro gruppi subnazionali o agenti clandestini, meglio noti con il nome di terroristi. Questi ultimi non sono legittimi combattenti e non sono nemmeno criminali comuni. Per questi motivi gli Stati Uniti hanno deciso di violare la Convenzione di Ginevra e anche il codice penale statunitense quando si sono trovati di fronte un “terrorista”. Il perno della “dottrina Bush” era proprio la guerra preventiva che gli uomini del Presidente hanno definito come un attacco militare messo in atto dalla nazione a scopo difensivo. Ma da che cosa gli Stati Uniti dovevano difendersi? La risposta: le armi di distruzione di massa per mesi agitate come uno spauracchio sull’opinione pubblica. Stando alle dichiarazioni fatte dal Dipartimento di Stato le armi di distruzione di massa sarebbero detenute dai cosiddetti “stati canaglia”, i cattivi, mentre i buoni sono muniti di “bombe intelligenti”. Ma la logica della guerra preventiva si basava su supposizioni come dimostra il fatto che in Iraq le armi di distruzione di massa non sono mai state trovate (o mai cercate?).

LE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA. Le dichiarazioni di Bush erano quindi infondate soprattutto se si considera che le armi di distruzione di massa sono in realtà detenute dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Cina, dal Pakistan, da Israele e dagli Usa stessi che le hanno largamente utilizzate in occasione del conflitto iracheno. Gli americani, infatti, durante la loro avanzata verso Baghdad, sembra che abbiano, in trenta giorni, fatto uso di trenta bidoni di napalm del tipo MK 77 e del fosforo bianco, contenuto nei proiettili illuminati, ma il divieto di possedere armi di distruzione di massa per le potenze mondiali non è contemplato. Proprio l'utilizzo del naplam, un gas nocivo, voleva denunciare Giluliana Sgrena, la giornalista del Manifesto. Aveva già belle e pronte le interviste e le testimonianze che durante la sua permanenza in Iraq aveva provveduto a raccogliere trascorrendo intere giornate a stretto contatto con la gente di Falluja. Dove è andato a finire tutto quel materiale. Nascosto, sparito, distrutto. Il terribile attacco subito dalla giornalista e la morte dell'agente del Sismi, Nicola Calipari hanno portato con sè il silenzio.
Stando alle parole dei nostri politici, quella in Iraq doveva essere una guerra visibile a tutti. Una guerra che avrebbe condotto l'Occidente alla distruzione del "Male". La verità è che l'Occidente quella guerra l'ha vista dal buco della serratura e anche da un solo punto di vista. Trattasi, quindi, di crimini di guerra firmati Usa.


GUERRA E DEMOCRAZIA
. Dopo l’11 settembre negli Usa nasce un nuovo maccartismo, che prende di mira chiunque cerchi di inficiare la “dottrina Bush”. Una prima lista fu stilata nel periodo immediatamente successivo all’attacco alle Twin Towers e al Pentagono, e nel dicembre 2002 è stata arricchita di nuovi nomi in gran parte segreti. Si calcola, infatti che siano stati imprigionati 1500 stranieri, molti dei quali arrestati in segreto e probabilmente processati anche in segreto “come non accadeva negli Usa dalla seconda guerra mondiale”. Si sono rivelate sempre più crescenti le violazioni dei Diritti umani fondamentali da parte degli Stati Uniti.
Mosso da fini propagandistici, ad esempio, Donald Rumsfeld ha parlato di violazione degli accordi di Ginevra quando gli iracheni hanno mostrato le foto dei marines catturati subito dopo l’attacco del 2003. L'ex Segretario alla Difesa ha tuttavia omesso di parlare del trattato di Ginevra quando i fotografi e i cameraman americani hanno mostrato a tutto il mondo decine di prigionieri iracheni e i detenuti di Guantanamo, incappucciati, incatenati e custoditi in gabbie a volte completamente nudi, privati della loro dignità. Il tipo di democrazia americana è quindi profondamente contraddittorio. La mancata firma del trattato per l’abolizione delle mine antiuomo, il rifiuto di riconoscere il protocollo di Kyoto sull’ambiente per la riduzione delle emissioni nocive, il voto contraria ad una risoluzione dell’Onu per mettere al bando le armi biologiche e contrario ad un’altra risoluzione volta a proibire l’uso dello spazio per scopi militari, sono episodi che dimostrano come gli Stati Uniti siano essi stessi una minaccia per l’umanità piuttosto che Saddam o il criminale di turno. Secondo Noam Chomsky il significato dell’invasione in Iraq è stato “quello di stabilire la prima base militare sicura in uno Stato vassallo e dipendente, che si trova al centro della regione del mondo che produce petrolio” . Ma non solo. Si tratta infatti di paesi dotati di una posizione strategica e pertanto essi devono essere sconfitti prima di affrontare il grande nemico, la Cina contro cui il “ponte di comando” ha già profilato uno scontro entro il 2017. “La Cina” infatti “si avvia sempre più a diventare un antagonista strategico dell’Impero”.
[Fonti: CHIESA G., La guerra infinita, Feltrinelli, Milano, 2003; COLOMBO F.; Post-giornalismo, Editori Riuniti,Castrocielo (Fr), 2007]

"FALLUJA. LA STRAGE NASCOSTA"

domenica 20 giugno 2010

IL 20° PONTIDA DI BOSSI: TRA RAZZISMO E ISTIGAZIONE ALL'ODIO

C'è brutto tempo a Pontida. Piove. Da due giorni ormai. Ma niente sembra fermare il popolo verde. All'appelo non manca nessuno. Naso in sù e bocca aperta, i seguaci del Senatur anche quest'anno partecipano compatti al raduno della Lega organizzato nella provincia bergamasca. Un appuntamento da non perdere, insomma. E se ne compiace Umberto Bossi. Amato. Acclamato. Venerato. Il leader del Carroccio è il primo a prendere il mano il microfono. C'è un solo ministro per il federalismo e sono io. Con queste parole il "grandissimo" riscalda le folle. Vuole tranquillizzare i suoi circa la recente nomina di Aldo Brancher a Ministro del Federeralismo: per il federalismo la coppia è sempre quella, io e Calderoli, ha sottolineato Bossi, ad Aldo Brancher si è pensato di dare il decentramento, che è certo importante ma è un'altra cosa. Non è cambiato nulla.
Parla poi di decentramento, il leader leghista e questa volta se la prende con i Savoia: tra i tanti errori commessi quello più grave fu quello di fare capitale Roma. Lamenta poi la tendenza centralista dell'Italia, il paese più arretrato di Europa. I termini di paragone sono la Francia e l'Inghilterra dove già da anni i poteri ministeriali sono stati trasferiti dalle capitali alle zone più ricche. Anche da noi quindi urge lo spostamento dei ministeri da Roma alle città del Nord. Torino, Milano, Venezia. Queste le città più acclarate per la nomina di capitale. Bossi ha inoltre spiegato come spostare i ministeri significhi spostare anche migliaia di posti di lavoro che adesso sono tutti a Roma. E così non si perde in chiacchiere l'oratore. Viene subito al sodo e chiosa: Pensavamo di fare prima il federalismo è poi realizzare il decentramento. La folla è scalpitante e intona: Roma ladrona, la Lega non perdona. Ma non solo. Secessione, Padania Libera sono gli slogan più gridati. Rispondono libertà i "fratelli" alle parole di Bossi che sottolinea come rispetto al fucile abbia scelto la via pacifica per la libertà della Padania.

Poi Bossi si rivolge agli allevatori del Bergamasco: non posso dire il perchè e il per come ma tra pochi giorni capirete. Adesso siete disperati ma io non vi ho dimenticati. La Lega risolverà i vostri problemi.

Ma il punto nodale del comizio è ancora il federalismo. Di federalismo ha parlato anche il ministro delle Infrastrutture, Roberto Castelli: Se non ci sarà il federalismo ci potrà essere la secessione, non perché lo chiederà la Lega, ma perché lo chiederà tutto il Nord. Oggi è la Lega che tiene unito lo Stato, altro che volerlo disgregare. Per il neo presidente del Piemonte, Roberto Cota, il federalismo è invece la ricetta giusta per ridurre la spesa ed eliminare gli sprechi. All'appello non poteva certo mancare lui, Roberto Calderoli, il braccio destro del Capo. Camicia verdissima e denti stretti, il ministro per la Semplificazione torna a parlare di federalismo. Chi dice che il federalismo è a rischio non conosce l'argomento e non ha letto la manovra perché una delle specifiche non va a influenzare il federalismo e le risorse che verranno fiscalizzate, e conclude: Ciascuno ha il suo simbolo e la propria bandiera. L'Inno di Mameli è l'inno d'Italia, quello della Padania è il Va, pensiero. E proprio con il Va pensiero si conclude il 20° radudo di Pontida. Tutti con la mano sul petto.